Riflessioni su come affrontare una separazione

come affrontare una separazione

Poche persone, per non dire nessuna, sanno come affrontare una separazione: ci penso da oltre dieci anni e sopratutto quando mi capita di incontrare, come CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio) o come mediatore, coppie che si separano e famiglie alla ricerca, spesso dolorosa, di nuovi equilibri.
Eppure questa è la questione cardine su cui si reggono tutte le iniziative che determineranno le future condizioni di felicità o infelicità dei separandi e soprattutto dei loro figli. Pertanto ritengo sia il compito di qualsiasi tecnico nel campo giuridico o umanistico accompagnare le persone a comprendere come affrontare una separazione nella maniera migliore. Anche quando questo non è il compito che compare quale incarico ufficiale.

Recentemente, in qualità di CTU ho incontrato una coppia di genitori: 18 anni insieme, una lenta deriva, molto dolore. Gli accordi per una separazione consensuale saltati due volte. Entrambi pronti a farsi la guerra più per i crediti esistenziali che per contrattare i beni di famiglia e in mezzo a loro due bambine bellissime che per fortuna non sanno che è in corso questa guerra fredda e non vedono l’ arsenale che la sostiene. Incontro insieme il padre e la madre alla fine del classico iter di ctu e ridefinisco la loro storia in termini di fatica e di solitudine.
Piangono entrambi.

Soprattutto lui, il più agguerrito giuridizialmente, si scioglie in un pianto che è un racconto disarmato del suo dolore. Per un po si dismettono le bilance su cui pesare i fallimenti e le colpe e, per fortuna, entrambi riconoscono di non essere lucidi e pronti per affrontare una giudiziale senza il rischio di trasformarla in una battaglia di rivendicazioni.
Ammettono: non sanno come affrontare una separazione, non senza farsi del male e rischiare di farne alle bambine. Sono pronti ad ascoltare e si fidano di me. Parlo loro della mediazione. Lei dice subito si, lui si fa strada nel suo silenzio e afferma che l’aveva cercata già prima ma che, probabilmente, non erano pronti e nessuno li aveva accompagnati a quella scelta. Ci proveranno (e secondo me ci riusciranno) .

Quando li saluto mi chiedono “Dottoressa, ma noi non ci vediamo più? Ci lascia? “. Rispondo che ufficialmente il nostro percorso finisce, ma che avranno altri accompagnatori e che la cosa più bella è che alla fine cammineranno spediti da soli. Li saluto e chiudo la porta. Poi penso: non è vero che vi lascio, dagli incontri umani non si può tornare indietro.
Sugli spalti, da lontano, farò il tifo per voi, come per tutti gli altri.

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